Passa la legge: i dati sanitari degli italiani alle multinazionali, senza obbligo di consenso

Il 28 Novembre è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la legge che permette alle multinazionali di acquisire i dati sanitari degli italiani, senza consenso, a scopo di ricerca scientifica.

A 170 giorni dall’entrata in vigore del GDPR, il Regolamento Europeo sulla protezione dei dati, viene pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, a sorpresa, la “legge europea” (la 167, con cui l'Italia recepisce obblighi comunitari), che sarà attuabile già dal 12 dicembre 2017 e che, in due articoli, autorizza le multinazionali ad appropriarsi dei nostri dati sanitari, per ricerca scientifica o per fini statistici. 

Il tutto senza il consenso degli interessati e senza che essi possano accedere a tali informazioni. 

L’unico limite è dato dal Garante che pretende che i dati siano anonimizzati e che sia rispettato il principio di minimizzazione dell'utilizzo, cioè che vengano usati solo quelli indispensabili al fine della ricerca scientifica.

In realtà questa legge proprio una sorpresa non è, mesi fa si era già parlato di un accordo tra il Governo Renzi e IBM: l’utilizzo dei dati sensibili degli italiani, in cambio dell’apertura del centro Watson Health a Milano.

Proprio i dati dei lombardi saranno infatti i primi a essere resi disponibili.

Si è già mossa la Commissione Europea nel chiedere chiarimenti al Governo su questo accordo che, oltre a contrapporsi totalmente al GDPR, rischia di minare anche la libera concorrenza, discriminando in maniera piuttosto massiva i concorrenti di IBM.

I dati sensibili, ormai si sa, sono il nuovo “oro nero”, soprattutto per le multinazionali che guardano all’intelligenza artificiale come al loro prossimo business. Parliamo di un giro già miliardario nel 2017 e destinato a crescere annualmente del 15%, fino almeno al 2030 (Fonte Sns Research).

A preoccupare il Garante è la permissività di questa legge che non stabilisce nemmeno se a rendere anonimi i dati sarà lo Stato o un’organizzazione terza che, va da sè, li vedrà in chiaro, seppur per breve periodo.

Volendo spostare l’attenzione su un problema più ampio però potremmo dire che è molto difficile stabilire un equilibrio tra la privacy dei cittadini e lo sviluppo dell’IA, necessaria per i progressi in medicina. Eccedere da un lato o dall’altro potrebbe portare alla “svalutazione del dato”: essere troppo permissivi rischia di minacciare la privacy dei cittadini ma anche di dare troppe prerogative a una singola azienda, rendendo quindi non condivisibili i risultati degli avanzamenti medici; dall’altro norme troppo rigide rischierebbero invece di far perdere interesse alle multinazionali, che quindi si rivolgerebbero a Paesi che garantirebbero loro più libertà.

Il dubbio in sintesi rimane sempre lo stesso: quanto valore diamo ai nostri dati?

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